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nei ricordi di Maria Pia Porcu

«Eravamo una grande famiglia», a Stampace si viveva così. Maria Pia Porcu, che il 5 maggio ha compirà 92 anni, ricorda con nostalgia e un velo di tristezza negli occhi lo storico quartiere cagliaritano dove ancora abita, nel suo sottano in via Sant’Efisio.
Solidarietà e aiuto reciproco contraddistinguevano una fitta rete di relazioni sociali che faceva sentire tutti al sicuro.
«Si stava meglio quando si stava peggio», ripete con ironia, e quando usciva da casa Maria Pia non si “sognava” certo di chiudere la porta.

C’era movimento in quelle strette stradine: di fianco alla sua casa lavorava un ciabattino, davanti un falegname, e il tempo era scandito dai ritmi del lavoro, delle stagioni e delle ricorrenze religiose. E proprio lì, di fronte alla cripta di Santa Restituta, dove il secondo conflitto mondiale si accanì trasformando il luogo in un cumulo di macerie e sangue, un tempo vi giocavano i bambini: «A pincaro, a palla e a nascondino». Gli adulti, invece, nel tempo libero facevano lunghe passeggiate nel corso Vittorio Emanuele, e su e giù dalla chiesa di Sant’Anna alla Rinascente, Sa pasillara.

Nelle giornate soleggiate d’inverno si era soliti sedersi vicino al muro della chiesa di Sant’Anna, a sorseggiare un bicchierino di mirto acquistato dal venditore di passaggio che gridava: “Bella, murtaucci!”. Verso l’ora di cena arrivavano le donne di Quartu con sa corbula in testa, per vendere pere e fichi: “Bella, pira camusina!”. Poi passava un carretto trainato da un asinello, su cui un signore non vedente presentava la sua merce, “Sali a perda manna e bianca!”.

“Signori, noi vi salutiamo, è finita la serata, uno
spettacolo così grande, nessuno mai lo presenterà”

D’estate gli stampacini mettevano una seggiola di fronte all’uscio di casa per sedersi a  chiacchierare e godere dell’aria fresca. Le feste religiose rappresentavano anche uno svago, un vero e proprio intrattenimento. In particolare la festa del Corpus Domini: «Era bellissima».
Prima della guerra la processione attraversava tutte le vie di Stampace – oggi non più – le famiglie allestivano le cappelle e addobbavano strade e finestre di fiori e tappetti. E dopo la benedizione del sacerdote facevano festa, ballando e cantando per le strade. 

Per i matrimoni c’era l’usanza di  commissionare la serenata sotto la finestra della sposa, con la chitarra e il mandolino e anche la fisarmonica. «Is cosas antigas prus bellas de imoi». Anche i compleanni e l’onomastico venivano festeggiati con le serenate, però: «Si batteva sui coperchi delle pentole e i trepiede dei lavamano. Ci si divertiva così».
Non mancavano preghiere e riti augurali: quando esplodeva il temporale si pregava
Santa Barbara e San Giacomo. ”Santa Brabara e Santu Iacu, bos potais is crais de satu,
bos potais is crais de xelu, no tocheis fillu allenu né in domu né in su satu, Santa Brabara
e Santu Iacu”. (Santa Barbara e San Giacomo voi avete le chiavi del cielo, voi avete le chiavi dei campi, non toccate nessuno, non in casa e non nei campi, Santa Barbara e San Giacomo).
E quando si comprava casa era di buon auspicio deporre negli angolini meno in vista dell’abitazione, un poco di sale, dell’olio e un soldino. L’intruglio restava lì per sempre.
Maria Pia inizia a lavorare a quindici anni nella tipografia “Doglio” del corso Vittorio Emanuele. «Non c’erano i soldi per continuare gli studi dopo la quinta elementare». Ogni mattina, si recava al lavoro insieme a un gruppo di ragazze, sue colleghe. «Entravamo
alle sei e uscivamo alle nove di sera. Lavorai lì fino a quando non scoppiò la guerra e fummo sfollati a Gergei».
Poi arriva la guerra. «Quando suonava l’allarme, la via Sant’Efisio si riempiva di gente che correva verso la cripta di Santa Restituta, il rifugio». Come un fiume in piena la strada si riempiva di persone. Le famiglie scappavano con i bambini in braccio o presi per mano. C’erano le grida della gente, chi per proteggere i propri figli urlava: “Due in braccio e tre dietro!” e chi invece, forse per esorcizzare la paura, ripeteva quasi come un rito scaramantico: “Non sutzeridi nudda! Non sutzeridi nudda!”. 

La vita sociale e culturale del quartiere continua: la domenica si poteva assistere agli spettacoli di teatro che gli stampacini Pinuccio Schirra e Tonino d’Angelo cofondatori della G.I.O.C (gioventù italiana operaia cattolica) nel 1944, allestivano nei locali della chiesa – allora sconsacrata – di Santa Restituta, con i ragazzi che erano riusciti a tirar fuori dalla strada, is piccioccus de crobi. «Era un modo per aiutare questi giovani, inoltre le rappresentazioni teatrali erano molto divertenti». A fine spettacolo gli attori recitavano una battuta di chiusura che Maria Pia ricorda ancora con un sorriso: “Signori, noi vi salutiamo, è finita la serata, uno spettacolo così grande, nessuno mai lo presenterà”.
Si sposa nel 1946 nella chiesa di Sant’Efisio con Carlo De Agostini, che prima della guerra era impiegato nella federazione del Fascio, e vanno a vivere in via Sant’Efisio, dove ancora abita. Negli anni settanta Maria Pia inizia una nuova attività con il marito. 
Aprono una merceria,

“Il Botteghino” , all’angolo di via Porto Scalas. «Lavorare in negozio era una distrazione. Ho conosciuto tanta gente». Oggi, Maria Pia ha cinque figli e ventidue nipoti ed è bisnonna. Nel suo quartiere era conosciuta anche come guaritrice, perché praticava sa mexina de s’ogu. «Mia nonna morì a cent’anni e faceva la medicina dell’occhio, poi la passò a me come io ho fatto con mia figlia, anni fa, a mezzanotte della vigilia di Natale». Come compenso accettava un pacco di zucchero, di caffè o di gallette, ma mai del denaro.
Un tempo nel quartiere si conoscevano tutti e ci si aiutava a vicenda, e – lo sottolinea più volte – non chiudeva mai la porta di casa anche quando doveva uscire per fare delle commissioni, oggi: “Ognuno vive per conto suo, ho sempre la porta chiusa, non ci sono più
amicizie”. 
Il progresso tecnologico avanza, lasciando indietro lo sviluppo delle coscienze e dei rapporti umani, come teorizzato nel concetto di Modernità Liquida dal sociologo, Zygmunt Bauman (1925-2017): “vengono meno i valori e le sicurezze che caratterizzavano la vita di un tempo e la paura sembra essere una compagna permanente”.  A riprova di questa analisi, Maria Pia mi confida: “Potrà non crederci, ma mi sento più in pericolo oggi di quando c’era la guerra”.

Ogni anno, il primo maggio, in ricorrenza della processione religiosa più importante di
Cagliari, Maria Pia aspetta il cocchio di Sant’Efisio davanti alla porta della sua casa e il
carro in genere si ferma per permetterle di omaggiare il santo con i fiori.