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Turismo e cultura un binomio vincente a Orroli, paese del sud Sardegna, noto per la presenza di uno dei complessi archeologici più importanti: il nuraghe Arrubiu. “Negli ultimi 15 anni c’è stato un notevole sviluppo turistico”, osserva Maria Antonietta Leoni, coordinatrice della cooperativa Is Janas che ha in gestione l’area. Una boccata d’ossigeno per il paese che conta poco più di 2000 abitanti.  Il territorio è ricco di attrattive: i laghi Mulargia e Flumendosa, il parco di Su Motti, in cui è possibile visitare le domus de janas, il centro storico, i suoi musei. Ma è intorno al nuraghe che, con il crescente numero dei visitatori, si sono sviluppate le principali aziende turistiche: strutture ricettive e di ristorazione, attività artigianali. La popolazione ha colto l’opportunità e si è organizzata per incentivare la permanenza del turista nel paese, puntando sulla qualità dei servizi e l’ospitalità. Ma si può fare ancora di più. La cooperativa Is Janas ha diversi progetti nel cassetto. Alcuni di imminente realizzazione: il Cultur Lab e gli eventi estivi legati all’archeoastronomia e alle visite del sito in notturna, altri in attesa di approvazione. “Desideriamo che il turismo cresca ancora e dia lavoro a tante altre famiglie”, le potenzialità ci sono. Non bisogna inoltre trascurare le ricadute a livello sociale, in termini di crescita culturale, indotte dalle attività educativo didattiche che ruotano intorno al sito: il laboratorio lo “Lo scavo archeologico” che insegna ai bambini che cosa fa l’archeologo, e la “La vita nuragica” perché imparino con le proprie mani come si costruivano i manufatti ai tempi dei nuraghi, sono solo alcuni esempi.

Il nuraghe si erge sull’altopiano basaltico di “Su pranu” ed è uno dei più grandi in Sardegna, anche per questo viene denominato il Gigante Rosso. Arrubiu significa rosso, come il colore delle sue pietre e dei licheni che le ricoprono. Unico pentalobato riconosciuto dalla letteratura archeologica nell’isola: ha una torre centrale di 15 metri, sebbene in origine fosse alta il doppio, e altre cinque disposte intorno. Si caratterizza anche per la presenza di una doppia cinta muraria, sormontata da sette torri la prima e cinque la seconda. Adiacente al sito vi è una tomba dei giganti, la “Tomba della spada”, e tre capanne. Il villaggio vero e proprio si trova più avanti a circa un chilometro di distanza, dove ne sono state censite duecento e un pozzo sacro. La scoperta di un vaso miceneo di alabastro ha consentito di risalire alle origini, si suppone che il nuraghe sia stato costruito intorno al XIV sec. a. c. e che vi fosse vita fino al IX sec. a.c., anno in cui subisce un crollo, forse a causa di un terremoto. Per sette secoli resta disabitato ed è solo dal II sec. a. c. che si rilevano nuove tracce di vita: sono i romani che lo adattano alle proprie esigenze senza intaccare però i reperti nuragici sotto le macerie.  Gli scavi archeologici iniziati negli anni 80 non sono terminati, ma sono stati riportati alla luce cinquecentomila cocci e restaurati più di mille oggetti. Che la civiltà nuragica intrecciasse relazioni e scambi con il mondo esterno, lo si deduce da un ultimo ritrovamento: un pezzo di rame proveniente dal deserto del Neghev nello Stato di Israele.  In assenza di documenti scritti non si può sapere quale fosse la destinazione del nuraghe, si suppone che fosse un monumento religioso, o un’abitazione, o ancora una costruzione dove era possibile fare dimora.

E sempre qui gli archeologi Fulvia Lo Schiavo e Mauro Perra danno inizio alle prime ricerche sull’alimentazione nuragica. L’analisi rileva dunque che i nuragici si cibassero di carni bovine, suine e ovine, animali di piccola e grande taglia, utili anche per altri impieghi, e di insetti. Sono state inoltre scoperte alcune tracce di vino, datato come “Il più antico dell’occidente europeo” e del materiale spugnoso che conteneva del pane, riconosciuto come “Il più antico ritrovato in Sardegna”. Cacciatori e pescatori – sono stati trovati molti gusci di cozze e arselle – e anche moderni agricoltori, coltivavano cereali e legumi, ma anche meloni e fragole.  Tra i reperti vi è tanto vasellame da mensa, in particolare piatti, scodelle, ciotole, “Segno che la vita si svolgeva regolarmente all’interno del nuraghe”.

La cooperativa Is Janas nasce nel 1994 da un gruppo di volontari che anni addietro aveva partecipato ai lavori di scavo del sito, è nel 1996 che ricevono in gestione l’area archeologica. Ne fanno parte undici persone con profili professionali differenti, dalla guida turistica al manutentore. Nel corso degli anni, in risposta al crescente numero di visitatori, la popolazione si è organizzata per migliorare l’accoglienza e promuovere il soggiorno nel paese: sono nati ristoranti, qualche albergo, bed and breakfast e agriturismo, e negozi di artigianato.

La pandemia da covid-19 ha cambiato alcuni aspetti organizzativi, rallentato l’affluenza dei visitatori, ma non ha spento il desiderio di crescere e realizzare i progetti. Se prima era possibile entrare nel sito anche con 50 persone per volta, ora si possono fare tre visite in contemporanea con un numero massimo di 10 o 15 se vi sono congiunti. La cooperativa ha continuato a operare, promuovendo il sito e puntando su un turismo di prossimità nel primo periodo, poi, con la riapertura di porti e aeroporti, ha ripreso i contatti con le agenzie e i tour operator stranieri.

Il progetto Cultur Lab consentirà di arricchire la visita al nuraghe con la proiezione di una sua ricostruzione virtuale per far vedere come si suppone che fosse in origine, e il finanziamento previsto permetterà a Is Janas di potenziare la promozione turistica e il marketing col mercato estero. Un bacino di risorse che darà quella spinta in più anche per accrescere l’animazione turistica nel centro storico e nel parco di Su Motti, aprendo le porte a nuovi posti di lavoro.

Intanto il 10 agosto, per gli amanti dell’archeoastronomia, appuntamento con l’evento “Le lacrime di San Lorenzo”, per guardare le stelle cadenti parlando di miti e archeologia. E il 22 con “Sa Notti Arrubia”, un tour sensoriale tra musica e degustazioni enogastronomiche in tinta con i suoi colori.

Pubblicato anche su www.mediterraneaonline.eu

 

Ricostruzione virtuale del nuraghe