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Silvano Portoghese, una vita di mare nella Sant’Elia di ieri

6 Nov, 2026
Cristiana Sarritzu
Ritratto illustrativo di Silvano Portoghese con barche da pesca sullo sfondo

Il borgo, il mercato e le tempeste: l’epopea sarda di Silvano, pescatore a Sant’Elia

di Cristiana Sarritzu

Il mare? La mia vita.

Nato nel vecchio lebbrosario che si affaccia sul golfo di Cagliari, Silvano Portoghese, classe 1946, è conosciuto da tutti come il primo pescatore, insieme al padre e i fratelli, del borgo di Sant’Elia. Oggi ci apre lo scrigno dei suoi ricordi, raccontando una storia fatta di fatiche d’altri tempi, pericoli estremi e un amore viscerale per l’azzurro del suo mare.

La loro casa era proprio lì, in quel grande edificio adibito a ospedale per i lebbrosi e noto come il Lazzaretto. La famiglia Portoghese aveva trovato il proprio tetto in un unico grande ambiente, delimitato alla meglio con sacchi di iuta per creare un minimo di privacy. In quello spazio vivevano in sedici: mamma e papà, dieci figli, tra cui otto fratelli e una sorella, e poi qualche cugino e zio.

Si dormiva sui letti a castello, e ricorda con ironia che se capitava che qualcuno la notte se la facesse addosso, erano guai seri per chi stava sotto. Eppure, proprio davanti alla porta, c’era il mare. Una fonte inesauribile di meraviglia, guadagno, ma anche di tanti pericoli e fatica, “Mi faceva impazzire”. Non si può fare questo lavoro, ammette, se non lo si ama profondamente.

La pesca un amore precoce

Il padre usciva in mare alle quattro del mattino, lui lo rincorreva sulla banchina di Sant’Elia, dove era ormeggiata una piccola chiatta, con le lacrime agli occhi pur di andare con lui. Salito a bordo con il papà e i fratelli, si proteggeva dal freddo con una giacca e una coperta. Poi, appena si svegliava, aiutava a svuotare l’acqua dalla barca usando un semplice barattolo. Aveva appena sette anni.

A quel tempo non c’erano motori. L’intero tragitto da Sant’Elia a Porto Corallo, andata e ritorno, si faceva interamente a remi. Una volta tornati, bisognava percorrere la spiaggia a piedi per cinque chilometri e più, trasportando sulla testa le ceste piene di pesce. Era una vita di sacrifici.

Fino ai dodici anni Silvano visse il tutto da spettatore, poi iniziò anche per lui il vero corpo a corpo con il mare attraverso la pesca con la lampara. C’era molta inconsapevolezza in quegli anni: uscivano senza protezioni né sicurezze. In barca non si dormiva quasi mai, la stanchezza era costante e se pioveva ci si riparava come si poteva, persino in spiaggia sotto la barca ribaltata.

Eppure, non si ammalavano mai. “Le malattie”, dice sorridendo, “arrivano oggi che sono in pensione”. Arrivati all’isolotto di Santo Stefano, la colazione si faceva sugli scogli raccogliendo i ricci da mangiare insieme a un panino.

Nelle giornate estive si caricava il ghiaccio a bordo per conservare il pescato. Si lavorava di giorno con il palamito e di notte con la lampara, iniziando alle quattro del mattino per poi trasportare il pesce al mercato e venderlo. La giornata non finiva mai, e si lavorava sette giorni su sette, ci si fermava soltanto quando c’era tempesta.

Capitava anche di restare senza cibo, e allora ci si recava dai pastori per barattare il pesce con uova, latte e formaggio.

Il lavoro andò avanti così finché il padre non comprò le prime reti. Silvano aveva diciassette anni e l’equipaggio era cresciuto: ora avevano tre barche dotate di un piccolo motore da dieci cavalli.

Con il tempo e molti sacrifici, la famiglia Portoghese riuscì a mettere da parte i soldi per acquistare imbarcazioni sempre più grandi e passare alla pesca a strascico e col palamito. Le giornate erano sempre lunghe: si pescava tutta la notte e la mattina si passava a vendere il pesce al mercato. Era una faticaccia. Per le previsioni del tempo a loro bastava osservare le nuvole per capire la direzione del vento.

La scuola, il mercato e la vita nel borgo

E la scuola? La frequentava soltanto quando il mare in tempesta li bloccava a casa, ma lui era un lupo di mare. Ricorda con ironia anche l’igiene di quei tempi: con dieci figli la mamma non ce la faceva ad accudirli tutti:” Avevamo certi pidocchi!”.

La sua vera scuola è stata la banchina e poi il mercato di San Benedetto, dove decise di darsi al commercio del pesce perché più redditizio. In quegli anni Sant’Elia era un vero villaggio di pescatori. Le famiglie e i ragazzi non uscivano quasi mai dal quartiere e si aiutavano a vicenda.

In casa Portoghese si parlava solo in sardo. Ha imparato l’italiano proprio tra i banchi del mercato.

Da bambini per giocare bastava far girare una ruota con un bastone, dare calci a un pallone, divertirsi con i vecchi giochi di su pincareddu e lunamonda o scambiarsi le figurine.

A diciotto anni, con la costruzione delle palazzine popolari, la famiglia si trasferì. Continuò a pescare per qualche anno, ma i risparmi erano pochi, scelse definitivamente la via del commercio a San Benedetto.

“Ero un bravo pescatore e diventai anche un bravo mercante. Il pesce più bello, rigorosamente locale, di mare, l’ho sempre avuto io”.

Il mare in tempesta

Il mare di oggi, secondo lui, è cambiato soprattutto nella voglia delle persone di dedicarsi a un mestiere così faticoso e precario. Sostiene che i giovani sono diventati pigri. “Il pesce c’è ancora, ma bisogna andare lontano a cercarlo”.

Il mare in tempesta, i suoi ricordi: nel primo, a venti miglia dal Golfo di Cagliari, il suo equipaggio rimase bloccato per tre giorni dal maestrale. Al momento di ritirare le reti, l’improvviso arrivo di un uragano imbiancò il mare.

Mentre la Capitaneria coordinava i soccorsi con pescherecci ed elicotteri, riuscì a dirigere la prua verso Pula e a raggiungere il porto a sbalzi, con un motore in avaria. Lo spavento fu tale che il padre scoppiò in lacrime e lui, appena sbarcato, baciò la terra.

La seconda avventura, altrettanto terribile, avvenne tra Costa Rei e l’isola di Serpentara: una bufera di maestrale fece capovolgere la barca su sé stessa, scaraventandola sugli scogli. In quel momento, convinto di morire, chiuse gli occhi.

I ricordi di gioventù e la Sant’Elia di ieri

Ci sono ricordi di gioventù che ancora oggi gli fanno venire la pelle d’oca. Come quando uscivano con quelle piccole chiatte strette e lunghe circa quattro metri, cariche fino all’orlo di ceste e lampare.

Mettevano un remo a poppa, l’altro usato come vela, e la barca volava. Gli piaceva soprattutto pescare con la lampara, uscire in pochi dal Lazzaretto e cantare le canzoni napoletane, mentre la gente a terra salutava e applaudiva. Le pescate migliori restano quelle a Santa Teresa di Gallura e a Costa Rei.

Oggi sono rimasti in pochi a fare questo mestiere perché ci sono modi meno difficili per fare soldi ed è diventato un’impresa trovare marinai. Ai giovani consiglia di andare a lavorare, lamentando però che le nuove generazioni spesso non vogliono fare nulla, “nemmeno raccogliere un cucchiaio da terra”.

Confrontando la vita del borgo di ieri con quella di oggi: è sicuro che la vita al Lazzaretto fosse più sana. Gli mancano le cose dell’infanzia, persino i tempi dell’asilo.

Erano ragazzi scalmanati, andavano al canaletto a caccia di lucertole e farfalle con le fionde e raccoglievano le arselle, ma erano bravi ragazzi e c’era rispetto. Nessuno rubava, tanto che l’attrezzatura da pesca veniva lasciata fuori senza timore.

Per lui il nostro mare resta il più bello del mondo, specialmente quando è azzurro.

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